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22 luglio

Dal cattivo esempio del politico alle responsabilità collettive

Il caso-Salvini, di cui si è discusso nei giorni scorsi, ha già sortito i primi effetti. Quello che è stato subito presentato come un innocente "coro da stadio",quello che solo pochi politici hanno realmente stigmatizzato, si è tradotto in realtà in una scuola del Trevigiano. Sovente abbiamo parlato di episodi di intolleranza e razzismo verso migranti, stranieri, "clandestini" e così via, ma stavolta a fare le spese del dilagante clima di odio è un 12enne napoletano, più che mai "italiano" seguendo le normali caratterizzazioni nazionali.

http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/cronaca/treviso-scuola/treviso-scuola/treviso-scuola.html

L'episodio deve, ancora una volta, far riflettere, e non può essere né liquidato come un fatto isolato né preso come un'occasione per polemiche politiche a carattere strumentale. Il caso in questione s'inquadra in un'atmosfera diffusa, in quell'aria di intolleranza, disprezzo o scherno verso il diverso che oggi colpisce un ragazzino napoletano, in passato ha portato alcuni giovani a dar fuoco ad un clochard, alcuni cittadini ad assaltare dei campi nomadi, alcuni vigili urbani a pestare duramente un uomo di colore, alcuni studenti a filmare i loro atti di bullismo verso un compagno portatore di handicap. Quando certi fatti si verificano, il compito di quel poco d'opinione pubblica che ancora resta vigile non è quello di attaccare il partito politico o il singolo uomo responsabile (a volte anche solo indirettamente) degli avvenimenti, ma è quello di scavare a fondo, in cerca delle radici di questi fenomeni. Il vergognoso coro del leghista Salvini va condannato come un fatto doppiamente grave, sia perché viene da un deputato e da uno dei maggiori esponenti di un partito di governo, sia perché getta ulteriore benzina su un fuoco divampato già a sufficienza; eppure, nella nostra ferma opposizione alla retorica xenofoba della Lega, possiamo arrivare ad ammettere (o, se non altro, a sperare!) che Salvini non sia un mostro, né una persona che desideri sinceramente la distruzione di tutto ciò che non è definibile come "padano". Il problema è semmai un altro: di "uomini qualunque" o mezze figure come lui, nel nostro Paese, ce ne sono moltissime; persone che si nascondono dietro alle scuse di facciata, al classico (e quanto mai razzista!) "Io non sono razzista, però...", che non comprendono sino in fondo la gravità ed il peso di certe parole, certi cori di scherno, certe azioni. E' l'antico problema della "banalità del male", del non sentirsi mai responsabili, o quanto meno corresponsabili di quanto accade attorno a noi, figurarsi poi di ciò a cui contribuiamo in prima persona. E' l'accettazione passiva di un clima che si è prodotto, di una situazione che è così perché "così va la vita" e "bisogna in qualche modo difendersi" o far la voce grossa, perché "il buonismo non paga", eccetera..

Non sono mai stato sicuro al 100% che l'Italia fosse veramente un paese razzista sino al momento in cui ho sentito, circa un mese fa, l'orribile notizia che, in un asilo di Roma, un bambino di colore è stato discriminato ed escluso dai giochi dei compagni. A quel punto ho pensato che una mutazione antropologica debba veramente essere avvenuta negli Italiani, perché normalmente non vi è nulla di più bello che vedere dei bambini di qualsiasi colore, lingua e nazionalità che giocano insieme in modo spontaneo, senza che le stupide categorizzazioni dei "grandi" li colpiscano minimamente. Oggi sono riusciti a rovinare anche questo. Oggi non c'è più solo la violenza dei bulli, c'è anche il germe della discriminazione tra i bambini, tra coloro che costituiscono il nostro futuro, tra coloro che per definizione rappresentano l'innocenza.

Dinanzi a ciò il problema non è il gesto (vergognoso ed indecente) di un politico a doverci interessare, ma la responsabilità collettiva, il virus che quell'insieme di persone che definiamo "società" porta attualmente dentro di sé. L'imputato, nel processo a questa deriva razzista, non è il leghista ignorante, né il piccolo neo-nazista di quartiere, né il tifoso becero: è la nostra collettività, insieme al suo gigantesco e miserabile fallimento.

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