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Corrente contrariaIl blog come critica e contro-informazione |
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August 25 Heyerdahl e l'arbitrarietà dei confiniDopo l'ennesima strage in mare, e la morte di più di 70 migranti la settimana scorsa, mi sono messo un po' a riflettere sulle barriere che quotidianamente limitano l'essere umano sul nostro pianeta. Ho trovato interessante che le migliori frasi sulla libertà vengano da grandi viaggiatori, avventurieri, persone che hanno voluto conoscere, esplorare, aprirsi alla diversità culturale, ambientale, climatica. A volte mi pare proprio di poter affermare che la cosiddetta "cultura" sia molto di più di quello che si può apprendere consultando pile di libri, frequentando corsi di vario genere e spulciando qua e là biblioteche, appunti scritti, presunti sapienti, documenti ufficiali, corsi di vario genere. C'è un'immensa cultura, troppo spesso sommersa, fatta di sensazioni epidermiche, di vissuti non circoscrivibili entro le anguste pagine di un libro, di volti incontrati, di sguardi che si incrociano brevemente o che si soffermano su qualcosa o qualcuno. Una cultura di emozioni, positive e negative, di rischi da affrontare e di ostacoli da superare, di parole sussurrate al vento o gridate in un ìmpeto di disperazione, di millenarie saggezze dimenticate o nascoste sotto la polvere del tempo. A chi crede in questa gigantesca e variopinta cultura, il "confine" inteso come political border, come limitazione sovra-imposta, come muro che separa e divide, appare semplicemente come assurdo, inesistente. Troppe barriere hanno caratterizzato la nostra storia: caserme dove addestrare i perfetti soldati, filo spinato a rinchiudere e "concentrare" i diversi, linee di confine sorvegliate con telecamere, torri, armi, mura e "cortine di ferro" a dividere Est ed Ovest, mattoni invisibili a separare Nord e Sud del mondo. Thor Heyerdahl (1914-2002), autore della famosa spedizione del KonTiki, antropologo ed esploratore coraggioso, ci ha lasciato una frase di rara bellezza, che dovrebbe essere scritta su tutti i muri delle nostre città, come monito ai sedicenti difensori della "cultura nazionale", di certo patriottismo becero e sprezzante, a chi vorrebbe risolvere i problemi affondando barche e respingendo i disperati. La lascio come ideale iscrizione sulle vele della mia nave, che anche oggi procede lungo una corrente contraria:
"Confini? Non ne ho mai visto uno, anche se ho sentito dire che esistono nella mente di alcune persone" (T. Heyerdahl) July 22 Dal cattivo esempio del politico alle responsabilità collettive Il caso-Salvini, di cui si è discusso nei giorni scorsi, ha già sortito i primi effetti. Quello che è stato subito presentato come un innocente "coro da stadio",quello che solo pochi politici hanno realmente stigmatizzato, si è tradotto in realtà in una scuola del Trevigiano. Sovente abbiamo parlato di episodi di intolleranza e razzismo verso migranti, stranieri, "clandestini" e così via, ma stavolta a fare le spese del dilagante clima di odio è un 12enne napoletano, più che mai "italiano" seguendo le normali caratterizzazioni nazionali. http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/cronaca/treviso-scuola/treviso-scuola/treviso-scuola.html L'episodio deve, ancora una volta, far riflettere, e non può essere né liquidato come un fatto isolato né preso come un'occasione per polemiche politiche a carattere strumentale. Il caso in questione s'inquadra in un'atmosfera diffusa, in quell'aria di intolleranza, disprezzo o scherno verso il diverso che oggi colpisce un ragazzino napoletano, in passato ha portato alcuni giovani a dar fuoco ad un clochard, alcuni cittadini ad assaltare dei campi nomadi, alcuni vigili urbani a pestare duramente un uomo di colore, alcuni studenti a filmare i loro atti di bullismo verso un compagno portatore di handicap. Quando certi fatti si verificano, il compito di quel poco d'opinione pubblica che ancora resta vigile non è quello di attaccare il partito politico o il singolo uomo responsabile (a volte anche solo indirettamente) degli avvenimenti, ma è quello di scavare a fondo, in cerca delle radici di questi fenomeni. Il vergognoso coro del leghista Salvini va condannato come un fatto doppiamente grave, sia perché viene da un deputato e da uno dei maggiori esponenti di un partito di governo, sia perché getta ulteriore benzina su un fuoco divampato già a sufficienza; eppure, nella nostra ferma opposizione alla retorica xenofoba della Lega, possiamo arrivare ad ammettere (o, se non altro, a sperare!) che Salvini non sia un mostro, né una persona che desideri sinceramente la distruzione di tutto ciò che non è definibile come "padano". Il problema è semmai un altro: di "uomini qualunque" o mezze figure come lui, nel nostro Paese, ce ne sono moltissime; persone che si nascondono dietro alle scuse di facciata, al classico (e quanto mai razzista!) "Io non sono razzista, però...", che non comprendono sino in fondo la gravità ed il peso di certe parole, certi cori di scherno, certe azioni. E' l'antico problema della "banalità del male", del non sentirsi mai responsabili, o quanto meno corresponsabili di quanto accade attorno a noi, figurarsi poi di ciò a cui contribuiamo in prima persona. E' l'accettazione passiva di un clima che si è prodotto, di una situazione che è così perché "così va la vita" e "bisogna in qualche modo difendersi" o far la voce grossa, perché "il buonismo non paga", eccetera.. Non sono mai stato sicuro al 100% che l'Italia fosse veramente un paese razzista sino al momento in cui ho sentito, circa un mese fa, l'orribile notizia che, in un asilo di Roma, un bambino di colore è stato discriminato ed escluso dai giochi dei compagni. A quel punto ho pensato che una mutazione antropologica debba veramente essere avvenuta negli Italiani, perché normalmente non vi è nulla di più bello che vedere dei bambini di qualsiasi colore, lingua e nazionalità che giocano insieme in modo spontaneo, senza che le stupide categorizzazioni dei "grandi" li colpiscano minimamente. Oggi sono riusciti a rovinare anche questo. Oggi non c'è più solo la violenza dei bulli, c'è anche il germe della discriminazione tra i bambini, tra coloro che costituiscono il nostro futuro, tra coloro che per definizione rappresentano l'innocenza. Dinanzi a ciò il problema non è il gesto (vergognoso ed indecente) di un politico a doverci interessare, ma la responsabilità collettiva, il virus che quell'insieme di persone che definiamo "società" porta attualmente dentro di sé. L'imputato, nel processo a questa deriva razzista, non è il leghista ignorante, né il piccolo neo-nazista di quartiere, né il tifoso becero: è la nostra collettività, insieme al suo gigantesco e miserabile fallimento. July 16 Una spirale d'odio senza finePurtroppo un altro fatto gravissimo testimonia quanto le persone che documentano verità scomode, o che si battono per la difesa dei diritti umani e dei più deboli in tutto il mondo, siano sempre più invise ai potenti e vengano fatte oggetto di persecuzioni, quando non di barbari omicidi. La Russia oggi è l'esempio lampante di un Paese in cui un'oligarchia di miliardari domina incontrastata con il terrore più subdolo, le purghe, le punizioni per i non-allineati. La Russia è, purtroppo, anche un paese con cui l'Occidente bene o male fa affari, a cui stringe volentieri la mano (specie nel caso del nostro governo). Viene da chiedersi, tuttavia, cosa sia cambiato in meglio rispetto ai tempi della repressione comunista sovietica: il divario economico e sociale è sempre più forte, il degrado metropolitano una autentica tragedia, la rivalità etnica una bomba sempre pronta ad esplodere. Abbiamo applaudito con troppa fretta alla transizione verso il neo-liberismo, specie perché questa stessa transizione è stata guidata da personaggi loschi, ex-spie come Putin, o ex gerarchi facilmente riciclati. Oggi il risultato è un Paese potentissimo a livello internazionale, stracolmo di drammi interni che a pochi interessano e che pochi vorrebbero risolvere.
Dopo l'assassinio di una donna coraggiosa come Anna Politkovskaja, un'altra vergognosa e barbara esecuzione, cui fa seguito l'usuale ed ormai ridicolo sdegno di facciata delle istituzioni (dal quale, peraltro, abbiamo imparato molto in questi ultimi anni) July 15 Piccola nota libertariaLo Stato piange i suoi "caduti", quelli che imbracciano un fucile e indossano una divisa convinti ancora di portare la pace, mentre stanno rinnovando un'occupazione militare ed una guerra. A questi caduti sono garantite le medaglie alla memoria, le bandiere, i funerali di Stato. Il medesimo Stato non si cura dei suoi onesti lavoratori, non offre loro la benché minima sicurezza; li obbliga a vivere con paghe da fame, li espone quotidianamente a rischiare la loro vita. Ma per questi non ci sono bandiere, ci sono solo parole di facciata, false promesse, retorica. Il medesimo Stato respinge degli innocenti che chiedono aiuto, li fa annegare in mezzo al mare, oppure, quando li accoglie, li costringe a vivere come bestie, in autentici lager, o come esseri invisibili, intangibili, come degli autentici paria. La "tolleranza" dello Stato è tutta racchiusa nel garantire loro, in qualche remoto caso, un "permesso" che dovranno pagare, perché i "diritti" si pagano. Questa è democrazia. Il medesimo Stato reprime le menti originali, le voci libere, promuovendo decreti che tappano la bocca a chi fa il proprio dovere civile o a chi semplicemente non si allinea al coro unico degli omologati. Il medesimo Stato uccide altri innocenti, persone che seguono semplicemente una loro passione, come Gabriele Sandri, e lo fa per mano di esecutori ad hoc, che poi si difendono con scuse di facciata (un proiettile deviato, una traiettoria non voluta), banali parole, sapendo di vivere nell'impunità, o di rischiare, al limite, una pena minima. Di questa, poi, saranno facilmente ripagati, magari riciclandosi in qualche programma tv o avendo perfino una promozione sul posto di lavoro (vedi gli agenti del G8 genovese). Essere critici oggi, essere realmente anticonformisti ed antagonisti, vuol dire ESSERE CONTRO LO STATO e le sue manifestazioni quotidiane di violenza e di repressione February 05 "Vietato l'ingresso ai cani e ai clandestini": un giorno vedremo anche questo?Oggi il Parlamento italiano ha approvato una legge che consente ai medici di denunciare alle autorità gli stranieri clandestini che si presentano in ospedale per essere curati. In aggiunta, la tassa per ottenere il permesso di soggiorno è stata innalzata da 80 a 200 euro. Il "pacchetto sicurezza" prevede anche una schedatura dei senza fissa dimora, mentre è stata respinta la proposta leghista di istituire dei Centri di Identificazione ed Espulsione, insieme ad altre norme minori.
Il nostro Paese ha fatto registrare probabilmente la pagina più buia dai tempi delle leggi razziali fasciste. Ai fini dei nuovi provvedimenti, pure gli istituti scolastici potranno, in linea di principio, compiere delle autentiche "liste di proscrizione" impedendo, se lo riterranno necessario, ai figli degli immigrati clandestini il diritto inalienabile all'istruzione e all'educazione. Ma colpisce, per la sua disumanità razzista, la possibilità per i medici di denunciare alle autorità gli immigrati che richiedano assistenza. Benché dal punto di vista del codice deontologico di un dottore ciò sia da considerarsi inaccettabile, e benché si possa sperare, quanto meno, in un residuo briciolo di civiltà ed umanità in Italia, rimane un rischio tutt'altro che trascurabile: quello che, per paura d'essere scoperto, un clandestino non si rechi più nelle strutture sanitarie per farsi curare. Lo Stato, in modo discriminatorio ed ignobile, permetterà che uno strato invisibile di persone muoia di nascosto e rinunci così al basilare diritto umano di una vita dignitosa e di un'assistenza medica.
Più che mai i fatti di oggi ci spingono ad una reazione etica, a qualcosa di forte e deciso; il pilatismo abituale delle classi dirigenti, degli "uomini comuni" sempre meno cittadini e sempre meno persone, l'indifferenza figlia dell'era consumista e della società senza valori lasceranno finalmente posto all'indignazione, alla rabbia, alla disobbedienza? Gli eroi del domani non saranno quelli che avranno compiuto il proprio dovere, ma quelli che sapranno ribellarsi ad esso. Non saranno coloro che crederanno nella legalità, ma nella superiorità dei principi etici e dei valori umani. Saranno i medici che non solo non denunceranno i clandestini, ma scenderanno nelle piazze portando cartelli di protesta, voci arrabbiate, urla di piazza al posto del silenzio e dei sorrisini di circostanza. Gli eroi di domani saranno quelli che smetteranno di ostentare allegria ed ottimismo e non balleranno nel salone del Titanic che sta affondando, saranno coloro che a testa bassa e senza paura affronteranno il potere nei suoi risvolti più biechi, come quelli odierni. Gli eroi di domani saranno, insomma, semplicemente uomini, incapaci di sopportare in silenzio le nefandezze, ancor meno quando queste proverranno dalla legge. Dovranno, se necessario, proporsi come fuorilegge, anziché come razzisti per rispetto di una legge.
La gravità dei provvedimenti approvati a molti sembrerà minima. Tanti, purtroppo, chiuderanno gli occhi, illudendosi di sentirsi più sicuri. Tanti leggeranno queste scelte come doverose, come utili ad eliminare i problemi del mondo di oggi. Personalmente, la disumanità di questa legge mi pare ancora più grande ora, in questa settimana in cui le televisioni ci hanno ricordato le leggi razziali tedesche durante il nazismo, le persecuzioni, il rogo dei libri, la "Notte dei Cristalli" e le liste di proscrizione. Certo nessuno può paragonare lo sterminio di un popolo, deliberato dalla volontà imperialistica, demonica e folle di un totalitarismo senza pari, ad una legge che, almeno in linea teorica, non obbliga ma consente di denunciare uno straniero. Eppure in comune c'è la logica del capro espiatorio, l'individuazione del responsabile dei problemi di una Nazione. In comune c'è, poi, il sacro principio dello Stato-Nazione, così terribilmente stridente con i miraggi cosmopolitici di un "villaggio globale". Questo nostro mondo vuole essere postmoderno, ma i suoi più gravi difetti sono dovuti all'incapacità di liberarsi dai vincoli della modernità. Il diverso, certo, è sempre esistito in tutti i popoli, se non altro come categoria, ma gli Stati moderni ne hanno accentuato il ruolo, e la contemporaneità non lo ha certo sminuito. Il clochard va schedato, dà fastidio perché è sporco, non conformista; lo zingaro è senza una vera patria, quindi è un rifiuto sociale; il clandestino non ha i documenti in regola, quindi non essendo classificabile come un numero di matricola (o un codice fiscale) è, di fatto, un inferiore. Nel Paese di chi si scandalizza quando i lavoratori connazionali sono attaccati da quelli britannici stiamo creando il sistema politico e legislativo più discriminante, repressivo e razzista degli ultimi anni. Chi può escludere che, un giorno, sulla porta dei negozi delle nostre metropoli ci sia scritto "Vietato l'ingresso ai cani e ai clandestini", come avveniva sotto il nazifascismo per gli ebrei?
E, quel che è peggio, non capiamo che tutto ciò è solo un enorme boomerang per tutti noi. Infatti la classificazione del "clandestino", unitamente al mantenimento di questo suo status di fuori-casta, o di vero e proprio ectoplasma, è pienamente funzionale alla creazione di un potentissimo sistema di controllo.
La legge odierna non creerà meno clandestini, li moltiplicherà. Non risolverà affatto i problemi di criminalità, li intensificherà. Il potere non vuole cancellare la delinquenza, vuole lasciarla proliferare di nascosto, alimentando continue paure sociali, insicurezze, ansie individuali; il potere non vuole assistere i deboli, vuole produrre nuove forme d'odio tra le classi più basse, vuole accrescerne le reciproche ostilità. In tal modo eliminerà le potenziali "coalizioni di coscienze", le unioni di menti consapevoli ed oppresse che, altrimenti, si ribellerebbero al potere costituito e alla sua vergognosa e subdola violenza. Lo Stato permette, con il suo "pianificato lassismo" (mi si perdoni l'ossimoro) che fiorisca la delinquenza, per giustificare poi una repressione indiscriminata, e la proclamazione di un controllo sempre maggiore, che coinvolgerà tutti noi. A meno che, nel nostro piccolo, non ci sforziamo di essere "eroi" a modo nostro, cioè non-conformi allo status quo, non più passivi, seguendo una corrente contraria. |
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